Ippolito si sedette sul petto e si cinse le braccia attorno al letto. Chiuse gli occhi dentro un melo, e recitò come insegnato:
Perdono, chiedo perdono per le cinghie, i polpastrelli, per le grucce e per la gola, per il dono che ho ignorato,e per il latte mio versato.

 

 

Era la terza volta nella sua vita che ripeteva quelle parole, e sapeva che una quarta non ce ne sarebbe stata.
Aveva lo stesso viso di grotta di quando era nato. Già con i capelli e i pianti.
Quando una mamma nasce il figlio piange, e il papà in disparte che gli legge le croci, le zolle spostate, le storie amate.
Il papà non spinge per fare uscire, assiste inerme, davanti al suo seme che cresciuto diventa germe.
Il papà di Ippolito non aveva sulla maglia spille e medaglie, e non aveva sentito per nove lune il suo peso aumentare. Era stato piegato a studiare il mondo che gli avrebbe presentato.
Il papà di Ippolito aveva studiato mondi e mari, monti e piante, pianti e laghi, draghi e spade, le amate e le trecce, le storie di archi e frecce.
Aveva imparato, in una gestazione sua nascosta, come anche in silenzio, senza il protagonismo del generare. Aveva imparato a non far rumore, nel bene che si vuole.  E la prima preghiera, la fece al volo:
Ippolito, non io ti ho generato, non sei cresciuto nel mio fiato. Non ho sudato inarcato su di te. Il ruolo del padre di balia rigetto nell’aria. Io ti amerò in silenzio, nel volo. Ti porterò nel sole e nel suolo. Andremo dove vuoi tu, mano nella mano, alla deriva che ti piace di più.
Durante i primi anni di vita gli raccontò a mano tesa, la storia di un uomo senza peso. La storia di un volo a colpo d’occhio.
Come per fare un gradino che poi non c’è più. Come se cadessi ma ancora di più. Come quando ti svegli che cadi, ma senza arrivare fin giù. Il volo figlio mio, è stata la prima storia, che mi sono raccontato da solo.
Il primo passo lo posai su un gradino di blu, il secondo su un passero che passava, nel terzo c’eri anche tu, in una voce che mi alzava. Il quarto passo cercava il quinto, e lo trovo poco più sù. Il sesto che vacillava di bimbo, di donne e di rum. Il settimo si appoggiò a piede piatto, come aveva visto fare da un gatto. L’ ottavo e il nono si chiamavano rincorsa, dividono il volo, dalla strada percorsa. Il decimo Ippolito lo vide personalmente. Seduto lontano in uno spalto, pensava all’evolversi di un salto, in suo padre sull’asfalto.
Ippolito ricordava la sua storia, la custodiva in un luogo più sicuro della memoria. Le aveva ascoltate con la mano intorno al suo dito, che tirava come fila o come le cuoia, e come aveva fatto la mamma in quelle lune di arancia, la nascondeva nella pancia.
E chiese perdono per la prima volta, per l’amore di un padre e amico, per le orecchie di chi ascolta rapito. Chiese scusa per i sassi, per i pesci negli abissi. Per le eclissi quotidiane, per la vita di chi visse.
Ippolito crebbe in un grande sonno, e si innamorò di una madre e del pianto di suo figlio.
Le storie raccontate sotto le coperte non vengono mai scoperte. Consumati dai corpi vicini, dalle lenzuola e dai cuscini. Sappiamo solo che Ippolito chiese presto perdono, una seconda e una terza volta. Per una colpa nata, che subito gli fu tolta.